I tecnocrati fanno male, soprattutto all’euro (e all’Ue). Firmato Guardian

Pubblichiamo stralci di un articolo uscito ieri sul Guardian, firmato dall’editorialista economico Aditya Chakrabortty. L’usurpazione del potere. In questi ultimi giorni il dibattito sull’usurpazione di potere compiuta in Europa meridionale da tecnocrati non eletti a danno dei leader democratici si è ridotto a questo: giubilo generalizzato per la destituzione di Berlusconi; qualche fronte corrugata per ciò che questo rivela sul rispetto per la libera volontà dei suoi elettori e diffuso ricorso a frasi come “in mani sicure”. di Aditya Chakrabortty
21 AGO 20
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Pubblichiamo stralci di un articolo uscito ieri sul Guardian, firmato dall’editorialista economico Aditya Chakrabortty.
L’usurpazione del potere. In questi ultimi giorni il dibattito sull’usurpazione di potere compiuta in Europa meridionale da tecnocrati non eletti a danno dei leader democratici si è ridotto a questo: giubilo generalizzato per la destituzione di Berlusconi; qualche fronte corrugata per ciò che questo rivela sul rispetto per la libera volontà dei suoi elettori e diffuso ricorso a frasi come “in mani sicure”. E si è stati d’accordo sul fatto che questo sia pessimo sul piano politico, ma forse vantaggioso sul piano economico. Persino il termine tecnocrate è eccezionale: ha la pretesa di separare l’economia dalla politica, proprio quando i più volgari interessi materiali vengono nascosti sotto un’elegante e lussuosa tovaglia.
La scelta sbagliata. L’imposizione di funzionari non eletti alla guida di due governi europei è una scelta sbagliata sia sul piano politico sia su quello economico. Nulla di ciò che sto per dire ha lo scopo di difendere Berlusconi, la cui sola giustificazione sul palcoscenico mondiale era quella di un esperimento a lungo termine su quanto accade quando si incrocia Benny Hill con Vladimir Putin. Né sono turbato dalla scomparsa di George Papandreou. Ma i loro successori, Mario Monti e Lucas Papademos, non possono certo essere classificati come tecnici ideologicamente neutrali. Fino allo scorso fine settimana, Monti è stato consigliere per la banca d’investimento più importante del mondo, Goldman Sachs. Quanto a Papademos, prima di essere nominato premier, il suo principale intervento politico era stato quello di schierarsi contro il piano europeo per dimezzare il debito greco. Uno dei due uomini prescelti era un banchiere, e l’altro un difensore degli interessi delle banche.
La grande domanda. La grande domanda che dominerà la politica greca e italiana sarà chi pagherà il conto per i loro problemi finanziari: i banchieri o i pensionati, gli studenti e i dipendenti pubblici? Un’altra decisiva questione è fino a che punto entrambi i paesi sapranno resistere alle richieste dell’Europa settentrionale – e su questo aspetto i due nuovi leader hanno una figura già ben definita: Monti è stato commissario dell’Ue e Papademos ha lavorato per la Bce. Si potrebbe obiettare che sono due esperti economisti, se non fosse che i greci stanno già facendo ciò che gli è stato richiesto dalla burocrazia dell’Eurozona, senza alcun risultato positivo.
Tecnici e leadership. Ci sono molte prove che confermano come avere un economista alla guida della politica economica del proprio paese non serve a nulla. La scorsa settimana, Joachim Wehner, studioso della London School of Economics, e Mark Hallerberg, della Hertie School of Governance di Berlino, hanno pubblicato una ricerca in cui si esaminavano i cv dei leader politici europei. Dal 1973 ad oggi, il 69 per cento dei ministri delle Finanze greci e il 55 per cento di quelli portoghesi aveva un dottorato in economia: un titolo non posseduto da alcun cancelliere britannico.
L’euro. L’euro rappresenta il punto culminante della pretesa di guidare l’economia senza un orientamento politico. Fino allo scoppio della sua crisi, l’euro è stato un trionfo dei tecnocrati, cioè appunto della pretesa di guidare l’economia senza un preciso orientamento politico. La moneta unica è stata varata senza avere alle spalle solide istituzioni, per non parlare di un comune ministero del Tesoro. Il risultato lo conosciamo; ciononostante i governi dell’Ue vogliono ritentare ancora una volta l’esperimento in Grecia e in Italia.
di Aditya Chakrabortty